venerdì, 27 novembre 2009
Felice coincidenza di interessi, ieri sera, fra gli organizzatori della Fiera del Bue Grasso di Moncalvo, La Pesa di Verbania che distribuisce l’olio e.v.o. di Piero Veglio in Moncalvo (un olio piemontese, dunque) e il Ristorante Tipico del Divin Porcello di Masera. Una felice coincidenza che mi ha portato ad una cena particolare con amici, vecchi e nuovi; per ragioni strane, direi quasi alchemiche (“ma dai, sei presidente della pro loco, esponente regionale dell’unpli, blogger”). Una cena realizzata per promuovere e far conoscere la 372ma edizione della “Fiera del Bue Grasso e Sagra del Bollito”. E di bollito se n’è, appunto, mangiato di ottimo, ben realizzato e generosamente servito dallo staff dell’elegante ristorante ossolano (un’osteria stile slow food, direi: un rustico curato, voluto; un locale pulito, piacevole; buona cucina ispirata alla tradizione, ottima scelta di vini… in stile, appunto): lo chef ci ha preparato: un apprezzato piatto di Carne cruda tagliata al coltello, servita con due emulsioni: prunent e rosso d’uovo con senape, aglio e prezzemolo, e un crostino con paté di olive piemontesi. Chi voleva, poteva condire con pepe, sale ed olio e.v.o. Robur di Moncalvo. Un olio dalla bella freschezza, piccante, pizzicante, dai sentori fruttati, ma delicato e veloce al palato. Sulla carne tagliata al coltello, alcune considerazioni: in questo caso, lo chef aveva optato per una dimensione simile a quella dei semi d’arancia; in altri locali, recentemente, l’ho mangiata dimensionata maggiormente, tipo al pascià di Invorio o il Magorabin di Torino. In un locale di Treiso, invece, il patron mi spiegava che lui la tritava perché così rimaneva più morbida, più condibile… Chi usa il coltello dichiara la tradizione e la maggiore morbidezza della carne, chi usa macinare punta sulla più facile personalizzazione del piatto. Chi ha ragione? A me piacciono tutte e due, ma mi sembrano proprio due piatti diversi. Li distinguerei fra loro. Nettamente. Con l’antipasto, ci hanno servito un grignolino d’Asti doc Cabiale (12°). Un vino difficile: al naso prometteva suadenze floreali, dolcezze di frutta rossa. Ma in bocca era, invece, asciutto, poco corposo, allappante, amaro. È così, ti viene da dire. Ma è difficile da accettare come vino. Meglio, la Barbera d’Asti doc La Leona del Castello di Razzano (13°) che ci è stata servita con il Risotto. Piatto classico, lavorato con il brodo delicato ricavato dal bollito, e servito con un fetta di lardo a guarnire ed emulsione di aceto balsamico. Buono. Meritava assai il piatto di bollito che ci hanno servito –e a ragione ci hanno detto di non salsare la carne, ma di assaggiarla così, solo con un poco di sale-, perché la testina era ottima, per nulla grassa ed untuosa; il muscolo era buono, asciutto e grasso nel contempo; la lingua era altrettanto buona; ottimo il biancostato (che a me è piaciuto assai); buono il cotechino. Le salse: beh, bagnetto verde, ottimo; senape industriale (ma si può fare in casa?), nota; mostarda, poco coraggiosa, poco piccante. Però, detto con sincerità, se ne poteva fare a meno: la carne era ottima anche da sola. Ecco un po' di foto. Poi, mentre si aggirava fra i tavoli il dolce alle nocciole (non male), mi hanno chiamato a fare delle foto alle e con le autorità. Non ho capito bene il perché, ma mi sono compiaciuto ed ho promesso a me stesso che alla Fiera ci andrò… in the court of the crimson king













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mercoledì, 25 novembre 2009
Gerente, sghei ed azione… sono le prime tre parole in ticinese (sì, quella lingua che sembra simile all’italiano) che ho imparato. Le ho apprese da Lino di Camorino, professione frigorista e senza tregua parlatore, presidente di pro loco ed appassionato di cucina tradizionale (oserei dire, arcaica, come questa preparazione). Con lui e con l’Innominabile sono andato a Basilea, alla Fiera Igeho: food e non food settore alberghiero svizzero. Lì ho curiosato, parlato, appreso (anche del ticinese, a quanto pare) ed assaggiato molti vini. Fra cui alcuni vini ticinesi che mi permetto di segnalare. Almeno quelli che ho provato, sono ben lontani dall’idea che avevo del merlot ticinese: un vinello leggero poco profumato, acidognolo e assai sgradevole nel complesso. Financo caro. Caro, il vino svizzero, lo è ancora. Ma cattivo no. Direi di no. Ho assaggiato, per esempio, Jonathan spumante brut Delea Millesimé doc, mix di uve ticinesi (in parte passate in barrique), e l’ho trovato discreto, profumato; in bocca magro, fresco, gradevole… Piacevole. Metodo charmat, se non erro. Voto sette. Voto otto, invece, al Carato riserva del 2007 Delea, Merlot Ticino doc. Da uve di vecchio ceppo, oltre venti anni; resa media (e lo virgoletto come discorso diretto) “ottocento, seicento grammi per pianta”, poi “leggera appassitura” e 24 mesi in barrique bordolesi nuove, rovere di Allier e Nevers. Un vino dal profumo fitto, denso, intrigante… in cui al primo passaggio ti sembrava di trovare dell’affumicato, del legno, della frutta rossa, dell’alcol. Ma ogni volta che ci passavi sopra, sentivi nuovi profumi. Grande intensità e grande bouquet. In bocca era pieno, corposo, caldo, fresco, leggermente amarognolo sul finale. Leggerissima allappanza. Pronto, comunque, ottimo. Ho assaggiato anche un’altra annata, il 2004, ma il 2007 era decisamente meglio. Un grande vino, un “vinone” da 14°. Ottimo davvero.

Ottimo anche il Granito Bianco del Ticino 2008 (13°) del Tenimento dell’Or, mix di chardonnay, pinot grigio, sauvignon e pinot bianco. Un po’ di barrique. Bel vino bianco: bei profumi dolci, floreali, un po’ di agrumi, frutta a polpa bianca. Bella intensità, bel bouquet… lungo e persistente. In bocca era corposo, fresco, agrumato, minerale… Ottimo, voto otto. Un vino bianco che si conserverà a lungo, mutandosi sempre un poco. Della stessa ditta, buono, il Merlot Riserva 2007 La Prella (cru aziendale). Barrique di secondo passaggio. 13,5°. Un vino che sapeva di legno, affumicato, frutta rossa, profumi fitti, densi, profondi… Come il Carato Riserva di Delea, un vino che regala bouquet sempre in evoluzione e lunga persistenza al naso… In bocca era morbido, asciutto, corposo. Ottimo.

Il Ticino mi sorprende: mi sa che imparerò altre parole. Userò Lino come apripista…
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domenica, 22 novembre 2009
Giorni fa, ho seguito la lezione di Andrea Sinigaglia (docente ad ALMA, storia della cucina italiana, collaboratore di Massimo Montanari e Paolo Massobrio) ed ho avuto un’illuminazione tenue. Sì, proprio un lumino: ti muovi nella foschia e non sai dove andare. E poi arriva qualcuno e ti dice: “secondo me, si deve andare di là!”. Spiegandoti anche il perché. Non un invito metafisico, fideistico, ma una razionale spiegazione. Una teoria, una risposta, forse la verità. Nulla di più. Ma è tantissimo. Le stesse sensazioni le ebbi quando partecipai ad un master con Luca Maroni: lui mi disse “per me il vino è buono quando è così”, insegnandomi ad essere autonomo nei giudizi, a bere il vino nel bicchiere e non nella testa (ricca di “chateau”, “aia” e quant’altro). Insegnandomi un metodo di ragionamento.



Così è stato anche con Sinigaglia. Questa volta nella cucina. Ma cosa ha detto il Professore? Ha parlato della cucina, ricordando a tutti che il “mangiare è un’esperienza culturale” (credo di averlo sentito dire anche a Montanari), “un abbraccio, un amplesso… ore di piacere effimero, intrattenimento, comunicazione di un bene, di un “essere voluto bene”. E siamo tutti d’accordo. Poi ha parlato della storia della cucina italiana, del rapporto fra latini (olio, vino, pane) e barbari (maiale, birra, grasso); del “commestibile –dunque- come fatto culturale”; del nostro medioevo “laboratorio del gusto, in cui sono state sviluppate le regole del gioco gastronomico (il bon ton, per capirci). Ma si è anche definita la “grammatica del gusto”, si è fatta ricerca, si sono definite la “buone maniere”. In un’Italia figlia delle realtà comunali e senza un centro. Insomma, la “cucina italiana per la sua storia non può essere un codice, ma uno stile… in cui la ricerca continua segue uno filo conduttore consolidato”. Non un ricettario, dunque, neppure quello di Benedetto Artusi che “è infatti una collezione di italianità”, una cucina “dell’eleganza e non del lusso, una cucina della semplicità e non della banalità”… la cucina italiana, dunque.



Già una bella e facile definizione, non c’è che dire, però Sinigaglia ha proseguito con alcune considerazioni sulla cucina, idee sviluppate all’interno di ALMA. “Cucinare è come scrivere”, ha detto. “Gli ingredienti sono la morfologia, leggibile e scrivibile”. La “sintassi è la capacità di mettere insieme le parole”, per fare frasi di senso compiuto; diverse, ma sempre di senso compiuto, aggiungo io. Infine c’è lo stile. Ovvero “la retorica… che è il discrimine fra un cuoco ed un grande cuoco”. La cucina italiana è una cucina “di oggettivazione” e non “di aggettivazione, come quella francese”. Le salse per la cucina italiana “sono avverbi e non aggettivi”. Non servono per qualificare il soggetto, ma semmai per dare una sfumatura di senso più esatto al piatto. Per i francesi è il contrario. Mi viene in mente la pasta. O il risotto.



E ancora: “i grandi cuochi sanno adattarsi ai tempi, capire che questa è l’era del “finger food”, proprio perché siamo nell’era del lavoro in punta di dita”. Il cliente oggi “vuole gusti antichi presentati con modalità di produzione e di consumo moderni…”. Poi, mentre, stava incominciando a farci vedere piatti e preparazioni, mi è vibrato il telefonino e sono dovuto andare via… però è un inizio di chiarezza, alcuni punti fermi con cui confrontarsi. Non ho colto il “sinigaglia-pensiero” nella sua totalità, ma già vedo più luce. Mi sembra più chiaro giudicare, farsi un’opinione motivata… Così anche di fronte a degli spaghetti al pomodoro ora so di essere di fronte ad “un atto culturale”, ad un pezzo della nostra storia, della mia… e di Giuseppe che, l’altra sera, mentre mi regalava un pacco di candele Garofalo, mi prendeva in giro: “io le farei cuocere cinque o quattro minuti. Tu dodici”. Ironico chef campano: la sua storia non coincide del tutto con la mia.
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martedì, 17 novembre 2009

La “buzza” viene portata nel Lago dai torrenti in piena: arbusti, rami, foglie, tronchi morti, tronchi divelti, radici… quando eravamo poveri, la si contendeva: era legna da ardere, foglie per il letame, fascine per legare… Oggi c’è anche la plastica e il tutto è diventato rifiuto speciale: la raccolgono (vietato farlo per i privati) con calma, si deposita sulle spiagge, si fa inghiottire dalle acque del Lago. La “buzza” del mondo esterno mi ha portato in casa qualcosa di simile: resti di vite passate, di natura una volta rigogliosa… mi ha portato una dozzina di mezze bottiglie di dolcetto d’Alba doc targato Dessilani Luigi e Figli, 12,5°, annata 2006. Da quando è scoppiata la tempesta giudiziaria, della Dessilani non si trova più nulla. Tutto scomparso, almeno in zona. In un ristorante di Torino, per esempio, mi hanno servito il ghemme docg del 2000 targato Dessilani: loro non sapevano ancora niente e io non gli ho detto nulla. Ma noi che lo sappiamo, aspettiamo gli eventi. E ci facciamo prendere dalla curiosità: cerchiamo la “buzza”. Niente mitico amarone danese (chi va in Danimarca?), solo alcune bottiglie classiche. Un Caramino ed un Lochera che m’attendono in un locale di Stresa. E queste mezze che m’ha procurato l’Innominabile. Bottigliette di un vino rosso con classica etichetta verde. Profumi di marmellata sotto alcol (esiste?), di marmellata fermentata, frutta rossa, forse amarene, legno, molto alcol… In bocca è asciutto, corposo, equilibrato con una nota amarognola sul finale. In bocca anche sensazioni marmellatose. Forse un po’ sbilanciato ma piacevole nel complesso. Discreto. Ma è come cercare fra la “buzza” tracce di altre vite: scatole vuote, bottiglie abbandonate, legni ritorti e levigati… Che malinconia…


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martedì, 17 novembre 2009
Mi fa solo piacere che “Gianni” con il suo Galaxy Grill abbia preso un premio. Se lo merita. Il locale è assai particolare, come lascio intendere in questa recensione pubblicata su 2Spaghi. Non l’avrei mai conosciuto, se non fosse stato per Mauro dell’Alser; ci sono poi andato a cena un paio di volte, gli ho dedicato un pezzo su “L’Eco del Verbano” (quando ancora vi scrivevo) e l’ho voluto nella giuria di Fuoco alle Griglie, quest’anno. “Gianni”, al secolo Ghaffarian Allahyari Jamshid, è il miglior grigliatore professionista che io conosca. Non so se sia il migliore in assoluto, ma per me lo è. E lo è anche per altri, sembrerebbe, se –come leggo su “Varese News”: “spicca un una struttura del Varesotto tra le nomination del “Premio Ospitalità Italiana 2009”. È il ristorante Galaxy Grill di Gallarate (via Tenconi). Grazie alle decine di migliaia di voti espressi nell’arco degli ultimi mesi dai turisti italiani e stranieri, Isnart (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche), in collaborazione con le Camere di Commercio italiane, ha potuto stendere la classifica delle migliori strutture ricettive del Belpaese. Sono dieci le categorie in cui gli esercizi sono stati divisi: alberghi a due, tre, quattro e cinque stelle, agriturismi, ristoranti che servono cucina gourmet, classica italiana, internazionale, tipica regionale o pizzeria. Di ognuna delle dieci categorie sono state designate tre “nomination” che, ora, si contendono la vittoria finale sia per propria categoria di appartenenza, sia per il primo posto assoluto, quello cioè che indicherà la “regina” dell’ospitalità di casa nostra”. Avete capito? Non ancora? Leggete anche questo: “il “Premio Ospitalità Italiana”, nato nel 2005, viene assegnato da una giuria composta da giornalisti, opinion leader ed esperti del settore turismo ed enogastronomia. Quest’anno hanno partecipato al Premio tutte le strutture del nostro Paese che avevano già ricevuto il marchio di qualità “Ospitalità Italiana”, assegnato da Isnart e dalle Camere di Commercio. Un riconoscimento raggiunto da 1970 hotel, 1750 ristoranti e 700 agriturismi di 75 province italiane… “Siamo molto sorpresi di questa nomination – ha commentato Ghaffarian Allahyari Jamshid, proprietario del Galaxy Grill, di origine persiana -, soprattutto perché, essendo il locale in una posizione tranquilla, non abbiamo una grande visibilità a livello commerciale”. Un locale particolare, che mischia diverse culture sia nell’arredamento che nella cucina. “Io sono un architetto – spiega ancora il proprietario – e ho cercato di inserire nel nostro locale elementi di diverse culture, cercando di armonizzare il tutto. Così, chiunque venga da noi, può trovare un particolare che rappresenta la sua cultura. Per quanto riguarda la cucina, invece, la nostra specialità è la carne. Siamo un ristorante fusion grill, che mischia il tradizione culinaria di diverse culture per creare piatti perfetti e originali”. Vero. Ed ha anche una discreta scelta di vini…
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categoria:Galaxy Grill
domenica, 15 novembre 2009
Per festeggiare il mezzo secolo di mia sorella (assai gagliarda nonostante l’età, direi… baci Flavia!) siamo andati in gita a Casale Monferrato. Lì, purtroppo, una pioggia fredda e fetida ci ha respinti in pullman. Ci siamo consolati a casa della famiglia Beccarla, viticultori in quel di Ozzano Monferrato. Lì, al caldo di un bel camino, abbiamo goduto della loro squisita ospitalità fatta di tante bottiglie aperte per noi e di un pranzo tradizionale, ottimo, che ci ha un po’ consolato dalla infernale pioggia (sembrava di essere in un girone dantesco), fuori. Mio fratello Marco ha bevuto solo e sempre il Carbello, Monferrato bianco doc, mix di uve arneis e cortese. Non pago, ne ha poi comprate una dozzina; mio padre, invece, si è gettato sul La Mossa, barbera Piemonte doc, frizzante: anche lui solo quello e anche lui se è poi comprata una piccola scorta. Ed io? Io ho assaggiato tutto, con metodo e piacere: il Grigno, grignolino del Monferrato casalese doc; l’Evoè, barbera del Monferrato doc; il Convivium, barbera del Monferrato doc superiore (vino barriquato); e l’Ambrosia Rossa, vino dolce a base uve brachetto. Un vino, in particolare, mi ha però colpito: la freisa del Monferrato doc Lilàn. Un vino dagli ottimi profumi di frutta, piccoli frutti, frutta tante. In bocca, invece, asciutto, saporito ed amarognolo sul finale. Un vino facile e piacevole che ho volentieri riassaggiato… Neppure costoso.

Ecco un breve sunto, tratto dal sito aziendale: Cascina Mossa appartiene alla famiglia Beccaria dagli anni ’70 da quando cioé i coniugi Angelo e Maria Teresa decisero di intraprendere autonomamente quella che già in passato era stata la professione e la passione dei loro genitori e che li unì nel comune desiderio di far ritorno in campagna dopo una parentesi cittadina. L’azienda si trova a Ozzano… terrazza naturale che si affaccia su di un’ampia distesa di ordinati filari appena al di fuori dell’unico tratto di cinta medievale originario conservatoci. Tradizione e innovazione sono i concetti chiave che animano la filosofia dell’azienda: dalla cura del vigneto prima, alla vinificazione e all’affinamento poi, il vino deriva la sua eccellenza dal perfetto equilibrio che si viene a creare tra l’opera della natura e la mano dell’uomo… I nostri impianti, in particolare, trovano legittimazione in terreni ricchi di marna argillosa a pH acido, abbarbicati a notevoli pendenze, esposti a solatio così da garantirsi un adeguato soleggiamento. Le basse rese, 3800 ceppi per ettaro con un carico di produzione controllato, unite a un meticoloso lavoro in vigna durante tutto il ciclo produttivo della vite, garantiscono una qualità eccezionale. La coltivazione dei nostri vigneti viene praticata con sistemi tradizionali, ecocompatibili che, assieme a una vinificazione accurata, consentono di ottenere un prodotto genuino di elevata tipicità… Le vasche di acciaio si affiancano alle botti, la velocità dei processi indotti dalla termoregolazione accanto al lento riposo del vino che si addormenta per almeno 6 mesi in calde botti di legno. L’azienda imbottiglia vini prodotti esclusivamente con uve di proprietà e la grande attenzione e le amorevoli cure che a questi vengono prestate sono state più volte premiate in concorsi enologici quali il "Marengo DOC" e il “Torchio d’oro”.”. Voi, però, non aspettate il compleanno di vostra sorella per andare ad Ozzano…

 


sabato, 14 novembre 2009
“Il miglior critico gastronomico è il vostro stomaco. La cena si giudica al mattino”: parole sacrosante, sentite ad ALMA, durante ALMA Viva, accompagnate ad altre dichiarazioni altrettanto semplici in superficie ma complesse da sviluppare: “mantenimento dell’identità”, “il gusto fa selezione”, “niente è più difficile che essere semplici”. Assolutamente d’accordo su tutto, ma soprattutto sulla prima: “la cena si giudica al mattino”. E come giudicare, allora, la mia ultima serata in pizzeria. Arriviamo in venti, beviamo un leggero aperitivo; poi cominciamo con antipasti di affettati e pane e grissini; vino bianco e rosso sfuso, della casa. Neppure troppo acido, né sballato; poi le pizze: io mangio una pizza al tonno (quello in scatola, non fatevi strane illusioni). Il mio vicino sceglie quella ai frutti di mare, ma poi la lascia lì: sa di aceto! Per forza, l’hanno tirata su dalla tolla… La mia non è male; ne prendiamo un’altra in due: ai quattro formaggi. Sa di burro, di latte fresco… che formaggi avranno usato? Boh! Alla fine della cena avrò bevuto un litro di vino. Poi ci bevo sopra anche un bicchierino di Fernet Branca; e una birra con un amico, più tardi, in una birreria del centro. Vado a dormire verso l’una e mi sveglio sei ore dopo con una leggera velatura in testa. Un annuncio di mal di testa. E una decisa pesantezza sullo stomaco e lingua “spessa”. Non ho nulla in casa. Vado a lavorare. Per tutto il giorno permane la sensazione di pesantezza e sono preoccupato per la cena giapponese che ho prenotato per la sera a La Pesa di Verbania, cucina lo staff de Il Piccolo Lago: una seratona! Ce la farò con questa pesantezza? Intanto rifletto: dove è il problema? Il vino? Può darsi. Certi vini mediocri eccedono di solforosa. E questo spiega l’accenno di mal di testa. Ma la digestione? Sarò probabilmente incappato in un pizzaiolo poco avezzo alle lievitazioni, amante dei grassi saturi… Intanto segno sull’agenda che alla Pizzeria La Fattoria di Omegna non ci andrò più. Meglio non rischiare. Intanto arrivo a Verbania e mi siedo con Mirco ed Enrico alla tavola. Ci servono per aperitivo dei fagiolini bolliti e salati, salatini di piselli, pesciolini secchi ed altre cosucce simpatiche e stimolanti… con una lager giapponese ad accompagnare: la Kirin Beer della Kirim Ichiban. Profumata di malto, fresca; poi arriva un bellissimo piatto con sushi, sashimi, nighiri, tataki, wasabi ed altre delizie giap. Sempre la birra ad accompagnare; mezz’ora dopo, è la volta della ciotola di brodo caldo (fatto con il pesce, tonno secco a scaglie) ed un paio di bicchierini di saké (buono, molto delicato). Un piatto di dolci in stile giapponese, cioè fatti partendo dai fagioli, dalla soia e da altre sostanze da noi diversamente usate, ha chiuso la serata. Una grappa Francoli per sigillare e poi ancora saké, finché la bottiglia non è morta… Ottima cena. La mattina, poi, neppure una velatura in testa e tantomeno il mal di testa. Stomaco? Perfetto, libero e funzionante… Sì, la “cena si giudica al mattino”. Lo stomaco è veramente il miglior critico gastronomico?
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categoria:la pesa, Kirin Beer
mercoledì, 11 novembre 2009

Per tutti i baristi che credono alla storiella del bicchiere-bottiglia, un’altra storiella: di segno opposto. Ma ditemi: lo sapete cosa è la storiella del bicchiere-bottiglia? No? Bene, se voi credete che con il costo di un bicchiere di vino vi dobbiate ripagare tutta la bottiglia, voi credete alla storiella del bicchiere-bottiglia. Compri una bottiglia, mettiamo a tre euro, e pareggi con il costo del singolo bicchiere offerto ai tuoi clienti: tre euro, appunto. Voi capite che è difficile pareggiare quando le bottiglie costano più di tre euro. E, dunque, se si vuole applicare alla lettera, si deve comprare vino a basso prezzo e (quasi sempre) di bassa qualità organolettica e gustativa (e magari anche poco salubre). Di solito si recupera il costo con due, tre bicchieri. Ma si sa: c’è chi vuol strafare.  Come voleva fare il barista del bar dove andavo –prima- a prendere l’aperitivo. Prima che i clienti si diradassero e che, anch’io, duro di comprendonio, dichiarassi a me stesso che “sì, il vino è proprio cattivo, non vale la pena di berlo…” (“cilappia”, disse una volta un mio conoscente con battuta fulminante). Detto, fatto: cambiato bar. E il bar vecchio è rimasto così vuoto e freddo. Non che non avessi provato a cambiare le cose: avevo, per esempio, suggerito al proprietario di comprare un simpatico e buon vino siciliano: Il Grillo Parlante (a base di uve grillo, bel gioco di parole!) dell’azienda Fondo Antico di Trapani, vino che costava, alla bottiglia, poco più dei due euro richiesti per un aperitivo. O forse ci volevano quasi due bicchieri, non ricordo con esattezza. Comunque sia, niente da fare: il mio era un tenace difensore della storiella bicchiere-bottiglia e non è tornato sui suoi passi. Neppure con altre proposte. Alcuni giorni fa, mi ha telefonato sua moglie, chiedendomi se volevo ritirare del vino bianco invenduto, per farci il riso quando cuciniamo con la pro loco. Vini del 2005, 2006, 2007… vini nati cattivi e morti imbevuti. Neppure buoni per il riso. Il bar dunque chiude, cambia gestione; lui è andato a fare stagione e lei riapre un baretto più modesto in periferia. Credevano alla storiella bicchiere – bottiglia (e non solo). Intanto, segno del fato, infilato fra i radiatori del mio calorifero, ho ritrovato il depliant del Fondo Antico. Un depliant di una decina di cm d’altezza, sui colori solari dell’arancione. In quattro ante. Leggo i nomi dei vini e ripenso quanto mi piacquero, quando li assaggiai: Il Coro, il Nero d’Avola, Il Grillo Parlante, Il Canto… Ah, la storiella del bicchiere –bottiglia!


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categoria:il grillo parlante, fondo antico
lunedì, 09 novembre 2009
Come un doblone. Per settimane ho tenuto nell’agenda la capsula schiacciata di quel vino. La parte tagliata, tonda e dorata. Ed ogni volta che cadeva m’affrettavo a raccoglierla. Da lontano sembrava una moneta d’oro. Un doblone antico. Qualcuno me l’ha anche detto: “ma cosa è quello?”. Rimanendo un po’ sorpreso da quest’uomo che tiene pezzi di banda stagnata fra le pagine di un’agenda tascabile. Ma, in realtà, ho conservato (e conservo) ancora i resti della capsula di un grande vino che ci ha sorpreso assai questa estate. Una sera d’estate e d’amicizia. Il vino è arrivato in braccio all’Innominabile. Ritrovato nel suo “maelstronesco” magazzino. Si trattava di un moscatello di montalcino Pascena 1991, Tenuta Col d’Orcia, 11,5°.  Una bordolese stretta, alta ed elegante. Come si conveniva al vino. Al naso si sentiva dell’albicocca passita, secca (tipo quelle che ho visto aranciare i tetti di Turchia), poi frutta candita… un bouquet elegante, ricco, esotico, mediterraneo… Ed era del 1991! Un vino di oltre 18 anni che ci ha sorpreso anche in bocca con una nota fresca che ben bilanciava il dolce complessivo. Ottimo. Eros ne ha bevuto più bicchieri e poi, non convinto, a chiesto a più riprese se l’Innominabile ne avesse ancora. No, purtroppo. Come i resti di un antico tesoro trovati su una spiaggia, dopo la mareggiata, quell’unica bottiglia è arrivata a noi. Preziosa come un doblone antico.Come un doblone
domenica, 08 novembre 2009
In fondo ad uno sgabuzzino, in una cesta, adagiata, vidi anni fa una strana bottiglia di vino bianco: un greco della Cantina Vallana di Maggiora. Il vino non era mio, neppure la cesta e neanche lo sgabuzzino… Così non l’ho mai assaggiato e la cesta è sparita e con lei la bottiglia e lo sgabuzzino è ormai introvabile. La bottiglia però m’incuriosiva e me la ricordo ancora: etichetta retrò, con un vaso greco –se non ricordo male- ed una reticella a proteggere questo vino bianco da “lungo invecchiamento”, come mi fu descritto. Poi il nulla. Qualche traccia sulla rete e la sorpresa di ritrovare in una piazza, sotto un gazebo, dietro ad un sorriso, questa cantina a rischio d’estinzione. Dopo la morte del fondatore, l’attività in sordina e, oggi, l’arrivo in azienda di una giovane figlia, non senza problemi: i vigneti sono infatti da rifare, la vinificazione da recuperare, le etichette –vecchie- da finire, il vino da vendere… Un po’ di bottiglie gliele ho comprate anch’io ed ho assaggiato un Campi Raudi Vallana da 12°, vino da tavola. L’ho trovato profumato di fiori, di violetta, di frutta rossa, legno grande (?). In bocca mi è apparso asciutto, fresco, magro. Nel complesso piacevole: discreta integrità, equilibrio sufficiente, mediocre consistenza…

The sound is deep/ In the dark/ I hear her voice/ And start to run/ Into the trees/ Into the trees…
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categoria:Campi Raudi, Maggiora, Cantina Vallana
venerdì, 06 novembre 2009
Un anno arido, il 2003. Un’estate calda, siccitosa. Surreale. Caldo ovunque. Vino che latita, acqua che avanza, spese folli per aria condizionata... Cammino sul lungolago e vedo gruppi di turisti che, incuranti, si gettano nel Lago e ne emergono senza asciugarsi. Il caldo basta ed avanza per questo. Anno strano. Anche per il vino. Le uve sono arrivate a maturazione anche un mese prima, ma spesso la maturazione della buccia non era completa, anche perché la mancanza di escursione termica ne ha appiattito profumi e colori. Vini strani. Vini un po’ surreali. Ne ho assaggiato un altro di questi figli d’anno strano: è il ghemme docg Ca’ Nova, 2003, 13,5°. La produttrice, Giada Codecasa, è al tavolo con me –alla scuola alberghiera di Stresa-  e me lo commenta: “lo sai che Bogogno ha un clima particolare, il vento del Monte Rosa… lo sai: hanno sofferto di più l’annata calda i nostri colleghi del sud Piemonte…”. Forse ha ragione lei. Ma assaggio: il vino ha un bel colore e un buon profumo, un bouquet di tabacco dolce, prugna secca, alcool, un che di balsamico… un vino pronto, maturo. Da bere ora. Lo assaggi e in bocca senti una nota di accesa freschezza, un che di amarognolo ed è leggermente allappante. Un vino giovane. Non pronto. Da far affinare ancora. Maturo agli occhi e al naso, adolescente in bocca. Nell’insieme discreto, buono con il cibo. Ma comunque, un vino strano, figlio di un anno surreale.
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categoria:giada codecasa, ca nova, Bogogno, ghemme docg 2003
domenica, 01 novembre 2009
La leggenda della pizzeria dopo; del cliente che esce da un ristorante moderno, creativo, di lusso  e va a ”mangiare” in una pizzeria, perché non ancora sazio, è dura a morire. È priva di fondamento ma è pervicace. Te la raccontano un po’ tutti: qualcuno come affermazione apodittica, cioè non criticabile; altri come racconto occorso a qualcuno. Un qualcuno però che non si riesce mai ad identificare con esattezza: “me l’ha detto un mio amico… ci era andato un suo parente…è capitato a quel tale che l’ha raccontato al bar e lì l’ha sentito mio cugino…”. Come nelle canzoni di Elio e le Storie Tese, la leggenda metropolitana è dura a morire. E in questo caso ancor più, perché la ristorazione di qualità non è alla portata di tutti: non lo è per denaro (un costo medio è sui 100 euro) e non lo è per cultura (chiedete in giro e ricordate le polemiche televisive, vuote sulla cucina molecolare). Però è una leggenda e basta.

Qualche sera fa ero a cena al Magorabin di Torino, ristorante di buon livello, assai quotato e prossima stella (ne sono certo). Alla cena ero arrivato tardi, verso le dieci, perché prima ero impegnato in altro. Durante il giorno avevo mangiato: cinque biscotti a colazione; un tagliere, piccolo, di formaggi vari e due bicchieri di vino a pranzo; un amaretto ed una confezione di cioccolatini al caffé al pomeriggio. Tanto, poco? Per un omone come me, poco. Dunque, avevo fame.

Mi siedo a tavola cominciano a portarmi il piatto con il pane fatto in casa: pizzette, pane carasau, pane aromatizzato vario… con burro alle erbe da spalmare. Che fare? Li assaggio tutti, ovvio. Poi mi arriva uno stuzzichino di benvenuto: un rotolo di tonno, insalatina e verdure. Bicchiere di franciacorta ad accompagnare. Ordino il loro piatto simbolo, la Millefoglie di lingua di vitello e gamberi rossi con gelatina di mandarino. Un delizioso biscottone con dentro, ad occhio e croce, sette delicati gamberi crudi di Mazara del Vallo. Ottimo. La Millefoglie era adagiata in un piatto larghissimo e scenografico, che la faceva apparire (non essere, apparire) piccola. Poi ho ordinato la Finanziera rivisitata dallo chef: altro piatto bianco, largo e profondo che se lo giravi ti sembrava un Ufo. Ho contato ben nove cucchiaiate di questa densa, curiosa, popolare zuppa fatta con il quinto quarto di animali vari. Intanto mi avevano cambiato il pane ed io avevo assaggiato un raro bianco del 2001 Poderi Eiunaudi, un mix di tocai e pinot bianco. Sembrava un Borgogna con note minerali al naso e al palato. E poi un ghemme 2000 di Dessilani, una rarità, un ottimo rosso austero e piacevole che mi ha fatto pensare sui destini dell’umano agire. Ero pieno. Ma ho deciso di ordinare un dolce. E mi è arrivato un pre- dolce al cucchiaio, poi il dolce vero e proprio –un Soufflè al cioccolato gianduia fatto espresso- e delle incredibili friandies con il caffé (dei veri e propri pasticcini mignon. Una decina). Basta, ero pienissimo. Distillato per finire, fernet e via coi saluti e le chiacchiere con lo chef. Esco a mezzanotte e mezza e penso alla leggenda della pizzeria, dopo. Dall’altra parte della via c’era appunto un kebab-pizzeria, ma io mi sono ben guardato di andarci. Troppo, davvero, anche per un omone. Non sono "leggendario", ma reale.

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venerdì, 30 ottobre 2009
A Casola Valsenio, Romagna collinare, ci sono arrivato con un piccolo bus della pro loco del Lago d’Orta, ad inseguire suggestioni per un ricettario che sto –faticosamente- immaginando. È stato come un viaggio in Africa, alla scoperta di sapori e profumi inusuali: quelli dei piccoli frutti: azzeruoli, prugnoli, sorbe, giuggiole, pere volpine, corbezzoli, rose canine… Fra le altre esperienze, una colazione, una “grande colazione” come dicono alcuni della mia scuola per distinguerla dalla “piccola colazione”, a tema, in un ristorante borghese di Casola, il Ristorante Fava (se cliccate sopra, si aprirà una pagina con alcune foto fatte da me). Un’esperienza simpatica, anche se alcuni piatti mi sembravano mal condotti (scaloppina) o forzati (risotto). Ci abbiamo bevuto su alcuni vini assai gradevoli. Ma ecco la cronaca della “grande colazione” coi piccoli frutti.

Il Ristorante Fava è un locale un po' datato negli arredi: tavoli quadrati e rettangolari, sedie impagliate... Anni sessanta, direi. Grande, non grandissimo -forse un centinaio di coperti all'interno- ed affollato (almeno quando ci sono andato io); grande cordialità ma lentezza nel servizio. Abbiamo mangiato il menù degustazione dedicato ai piccoli frutti (erano i giorni della festa dedicata a loro), frutti per cui il paese è famoso: Insalatina di mele selvatiche, azzeruole, giuggiole e sorbe, con un panino al rosmarino che pareva pietra. Comunque buono l'insieme; poi i Caprini freschi alle erbe con corniole in salamoia, buoni; un’ottima (davvero il mio piatto preferito) Zuppa di castagne; poi Tortelloni di patate in salsa di prugnoli, dalla pasta spessa e una salsa agrodolce non piacevole. Sufficienti; e ancora Risotto ai frutti di bosco, stile nouvelle cuisine, ma poco saporito. Soprattutto bello da vedere. Discreto; Frittatina con pere cotogne, simpatica versione di un piatto popolare. Buona; Scaloppina al melograno, mal combinata abbinata fra dolce ed acido. Così così. Meglio forse usare una carne più saporita rispetto al vitello; una buona Insalatina autunnale con funghi, ribes e marroni; e per finire un piatto di Alchechengi cioccolatati e corbezzoli. Infusi alcolici ai piccoli frutti per finire. Discreta scelta di vini emiliano-romagnoli: noi abbiamo assaggiato un sangiovese romagna doc del 2008, Umberto Cesari, 12,5°: un vino dai buoni profumi dolci, vinosi, di frutta rossa. In bocca corposo, un po’ allappante, fresco, equilibrato. Non male; e poi, un lambrusco reggiano doc Medici Ermete (wow, il primo lambrusco con i tre bicchieri), 11,5°. Dedicato al 15mo anniversario, ma senza annata (lotto 32 09). Un vino dalla bella schiuma violacea, dai profumi vinosi, di frutta rossa, profumi dolci. In bocca era subito morbido, poi fresco, poi ancora dolce. Abboccato, per la precisione. Ma è una lotta mai risolta fra sapori dolci e freschezza; infine, un colli di faenza bianco Le RIve 2007, Leone Conti, 14° (!), mix di chardonay, sauvignon, pinot bianco… un vino sbilanciato dall’alcol che ne copriva i profumi e in bocca fresco, caldo, alcolico… Boh!?

Note positive della grande colazione ai piccoli frutti: la curiosa interpretazione gastronomica, la simpatia del personale dei proprietari, il rapporto corretto fra qualità e prezzo (30 euro escluso i vini o forse 25, non ricordo); note negative: la ricerca forzata all’utilizzo, l'affollamento del ristorante, la scomodità delle sedute e la lentezza del servizio. Da riprovare,magari lontano dalle feste, scegliendo solo i piatti più riusciti…

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categoria:Leone Conti, Umbarto Cesari, Medici Ermete, Casola Valsenio, Ristorante Fava
mercoledì, 28 ottobre 2009
Domenica prossima, andiamo tutti da Mauro che apre un suo locale in quel di Cavaria (Va). In via Cantalupa, Mauro apre la Cantalupa, Vini e Prelibatezze... Sembra una sciarada. Fatela girare...

Tutti a cantar la lupa da Mauro
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categoria:alser, Cavaria, Cantalupa
mercoledì, 28 ottobre 2009

Correvo nella notte tutto solo, silenzioso e solitario come un pesce oceanico. L’auto a centotrenttaalloora sull’autostrada Alessandria- Gravellona Toce, fra Vercelli e Ghemme. Alle tre del mattino. Settimane fa. Non c’era nessuno. Nessuna luce. Buio pesto. Solo io, che affondavo nel nulla, in preda a foschi pensieri. Ad un tratto, una luce improvvisa: un’auto che s’affianca: polizia; sembra volermi, ma poi guizza via, a velocità fantastica. Di nuovo solo. Nel buio. In fondo ad un abisso oscuro. Con l’amaro nella testa. Viaaaaaa nellaaaa notteeeee… Solo con il battito del mio cuore.

Sei giorni dopo, nella notte fresca di Riolo Terme, in un buio sempre più fitto, momento dopo momento, ci arrampichiamo su una torre del castello cittadino. È illuminata dalle luci di un wine bar. Saliamo e ci sediamo ed incominciamo a bere sangiovese: normale o barriquato. Gira anche una bottiglia di bianco, albana, senza infamia e senza lode; mangiamo pezzi di piadina con squacquerone e marmellate agrodolci; fette di prosciutto e salumi… via via sempre meno attenti delle sia pur esaustive spiegazioni dei giovani gestori. I piatti si susseguono ai bicchieri, per ore. Mentre la notte affonda nell’oscurità. E noi là, in cima, a dominarla. A guardarla senza paura, dalle mura della possente fortezza. Illuminate dalla nostra felicità, dalla gioia di stare fra amici, di essere vivi, di bere buon vino…

La mattina mi sono svegliato illimpidito, incuriosito dalle colline e dalla nebbiolina dei fondovalle, dai campi e dai panorami così diversi dai miei… un’ora dopo, assaggiavo un vino curioso: scuro come la notte appena trascorsa e piacevole come la sveglia appena vissuta. Si trattava della cagnina di romagna doc prodotta dall’Azienda Agricola Vitivinicola Gualdo di Sotto, di Riolo (Ra). Era un vino dai profumi dolci di mora, frutti di bosco; abboccato-dolce in bocca. Piacevole. Ne ho comprato una bottiglia, travasata dalla damigiana (da cui avevano preso il mio bicchiere): a 2,5 euro. Una diversa sfumatura di buio.


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categoria:riolo terme, Az. Ag. Gualdo di Sotto, Cagnina di Romagna doc
martedì, 27 ottobre 2009
Value for money“Value for money”: “pagare il giusto prezzo”, in inglese. Pagare il giusto prezzo per bere e pagare il giusto prezzo per mangiare al ristorante. Concetto di un’astrattezza assoluta e nel contempo relativa (all’umore, alla disponibilità, alle abitudini, alle attitudini). Forse la sanno decifrare, con il loro consueto pragmatismo, solo gli inglesi: tanto per tanto, tantino per tantino, un soldino per ogni bollicina, un pound per ogni forchetta, per ogni piattino… non so. Mi sa che non lo sanno, invece, i vari Raspelli, Massobrio, Paolini, Marchi… Forse hanno delle loro idee o forse non si pongono neppure la domanda: mangiare bene è come un’opera d’arte. Ha prezzo? Sembrano dire… Ma io ho dubbi, tanti. Ci pensavo proprio stamani, mentre ricordavo la giornata passata in fiera a Milano, ad Host. Di passaggio allo stand della ditta Piazza. Uno stand ricco, alla faccia della crisi, in cui: da una parte c’era il bancone del bar gestito da Fabio della Drink4Fun e dall’altro servivano piacevoli piatti i gestori del ristorante Piccolo Lago di Verbania. Ho assaggiato, distrattamente, un piatto di pasta: apparentemente semplice, ma in realtà complicata. Eliche delicate e saporite nel contempo. Buone. Con più attenzione ho assaggiato il (tirate il fiato!) Vitello cotto al rosa con patate schiacciate all’olio, latte di capra, mostarda di barbabietola e insalata di verze… Questo è l’anno della barbabietola, ricordavo, mentre mescolavo i vari sapori armonizzandoli… Buono. Molto attivi questi fratelli Sacco, direi, in Fiera, al ristorante bistellato, a Singapore, a provare e riprovare, a metterci la faccia, a rischiare… tempo e denaro impegnato, fuori a sfidare il mondo con anima gagliarda. Se ne rendono conto in molti, quando vanno a mangiare da loro? Riuscirebbero gli inglesi a formulare il “giusto prezzo”? Il “value for money” di un’opera d'alto artigianato, artistica? Boh!?

Value for money



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martedì, 27 ottobre 2009
La zia in gita mi porta a casa una bottiglia. Ma non è contenta, perché secondo lei l’ha pagata tanto: 7,50 euro. E non è poi così convinta che sia buona: “ha solo 11,5°”. L’ha comprata nella hall del ristorante dove ha mangiato con centinaia di suoi colleghi dell’Auser. Pranzo ottimo, non c’è che dire: abbondante, saporito e al giusto prezzo. Il ristorante era quello de La Ruota Hotel di Pianfei (Cuneo), piccola località famosa per il suo presepe e per la gastronomia squisitamente piemontese… La bottiglia no, non era in linea né con il locale né con il contesto. Al di là del grado alcolico (indicatore di un bel niente). Si trattava di un dolcetto di dogliani, marchiato La Ruota Hotel, senza annata. Nel bicchiere aveva profumi acri e non gradevoli: un che di vegetale, di acerbo. Con un po’ di fantasia sentivi della frutta rossa: amarene, forse. Meno forse le lievi note balsamiche, non necessariamente piacevoli.  In bocca poi era magro, fresco ed acerbo. Squilibrato un poco. Nulla di che, insomma. Un vinello. Insufficiente: un cinque a sette euro e mezzo. Troppo. Aveva ragione la zia…
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categoria:Pianfei, La Ruota Hotel
domenica, 25 ottobre 2009
Addio. Addio Claudio. Al secolo Claudio Zaretti, cuoco e chef. Ti ho conosciuto un po' di anni fa. Ti ho stimato tanto. Tu mi hai stimato tanto. Poi scelte diverse. Errori miei. Errori tuoi. E ci siamo allontanati. Ora è finito il tempo. Ti ricorderò sempre: tanti momenti. E siccome qui parlo di vino, un pomeriggio a casa tua; con Luigi, pensando un ricettario, una bottiglia di Tignanello e tu che ci chiedevi se era buono. E noi a berlo tutto, chiedentodi da dove arrivasse, sperando in una seconda bottiglia. Il figlio ristoratore, la figlia infermiera, la moglie devota di padre Pio. E la tua carriera in giro per l'Italia; al Savini nei tempi d'oro (commendator Lombardi, se non sbaglio); e poi la federazione cuochi; il Museo degli alberghieri; il premio Armeno Alberghieri Amicizia... Addio. Domani andrò a cercare quella seconda bottiglia e la berrò, da solo. "Gli dei diedero agli uomini il vino, per dimenticare acheronte". Ciao Alceo, addio Claudio...
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categoria:tignanello, Claudio Zaretti, claudio zaretti
venerdì, 23 ottobre 2009
Sarà che mi sto occupando di frutti e piante rare, sarà che la bottiglia è rimasta per mesi –intonsa- nel magazzino di Andrea, sarà la curiosità, sarà… Sarà per questo o sarà per quello che non ho resistito alla tentazione di assaggiare  Neige, Cidre de Glace dal Canada, anche se non era il caso. Forse. Ero con Emanuele che, con il suo solito fare nervoso e scattante, mi faceva visitare le aule didattiche di Alma, a Colorno di Parma, quando siamo arrivati in una in cui era appena finita una lezione di cucina canadese (o forse del Quebec: sapete, lì fanno distinzione) e le ragazze di Alma che stavano sgomberando ci hanno chiesto se volevamo assaggiare il salmone in crosta di erbe aromatiche avanzato dalla lezione. Fatto. Buono, non troppo grasso (era pescato). Interessante. Mentre sto masticando la ciccia rosa del pesce, l’occhio mi cade su una serie di bottigliette magre, eleganti, inscatolate in cilindri di cartoncino stampato. E lo riconosco subito: è Neige il sidro passito di cui per mesi avevo immaginato profumi, sapori e colore; quando le vedevo in elegante astuccio regalo nella bottega di Andrea (che non l’ha mai aperto, complice il costo elevato). Visto e fatto. Chiedo ed assaggio. È buono: ha colore ambrato – oro, denso e fluido; ha profumi di mele, miele, frutta esotica ipermatura (ma di una frutta che non conosco, immagino solo); in bocca è corposo, dolce ma anche dotato di una sua bella freschezza che non lo rende stucchevole. Ottimo prodotto. Sono soddisfatto. Emanuele mi guarda e frigge: deve muoversi, deve trascinarmi altrove… mentre lo distraggo un attimo, ne assaggio ancora e “spazzolo” la mezza bottiglia trovata. Poi lo trattengo con domande sui forni, sui fuochi (ma non mi interessa nulla, in verità), assaggio anche l’aceto di sidro della stessa ditta (i ragazzi mi guardano incuriositi). Buono. E assaggio al volo anche lo sciroppo di acero… Non male, direi, con le frittelle a “mo’ di Paperino”. Ma lo penso mentre Emanuele mi trascina per i corridoi della Reggia… Ah, Neige! Au revoir…

Ah, Neige!

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giovedì, 22 ottobre 2009
Diabolico Innominabile, sempre all'erta... Ecco la sua ultima creatura: una serie di serate "da bere" in un bel bar di Omegna, cibo e vini e amicizia... tutto sotto il segno di "Sanvino Events", sigla che vorremmo rendere sempre più attiva... Ma ecco cosa si fa:

WINE BAR MAUI OMEGNA

...Tutti i venerdì

- 30 Ottobre 2009 Tapelucco e Polenta Barbera e Dolcetto

- 06 Novembre 2009 Weiss Bier e Birra Colomba Stinco, Patate e Crauti

- 13 Novembre 2009 Serata Novello, Caldarroste e Salumi

- 20 Novembre 2009 Riesling Night Lardo, Pane, Fichi e Fantasia

- 27 Novembre 2009 RossOmegna Visita ai vini del Sud Vigna Pedale, Sine Nomine, Kebir, Orecchiette Altigrani, Cime di Rapa

- 04 Dicembre 2009 La Notte di Lago Merlino Erbaluce, Arneis, Gavi, Nebbiolo a Voi il Pesce

- 11 Dicembre 2009 Eros Night Sensi in Libertà

- 18 Dicembre 2009 Pinot Nero in Battaglia Scottadito dÂ’Agnello alle Erbe di Coiromonte

- 23 Dicembre 2009 Natale in Brindisi al Maui Ostriche, Salmone e Selezione diÂ…Champagne e Blanquette de Limoux

Torneremo a Febbraio



Nebbiolo con pesce?
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categoria:Bar Maui Omegna, Sanvino Events, bar maui omegna, sanvino events
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